Tito

“Cagna paisu ca cagni f’rtuna” (Cambia paese che cambi fortuna)

 

titoTito (Lu Titu in dialetto locale) è un comune italiano di 7.263 abitanti della provincia di Potenza, in Basilicata. Appartiene alla comunità montana del Melandro e si trova sullo spartiacque tra Ionio e Tirreno. Nascono nel suo territorio, difatti, due torrenti affluenti di due distinti corsi d’acqua che sfociano nei mari sopra citati, rispettivamente il torrente Tora, affluente del fiume Basento, e la fiumara di Tito, affluente del fiume Sele. Il comune è sostanzialmente diviso in due parti: il capoluogo, Tito, dove risiedono la maggior parte degli abitanti, sede del Municipio e altri servizi, e la zona industriale e commerciale di Tito Scalo, che ospita lo scalo ferroviario delle Ferrovie dello Stato e una delle più importanti zone industriali della regione, dove stanno trasferendosi molte imprese del potentino.

La storia

tito_04La scarsità e l’incertezza delle notizie avvolgono di un velo di mistero la storia del paese di Tito. A causa dei violenti terremoti che hanno colpito questo centro, è andato distrutto tutto quel che poteva servire a ricostruirne le vicende storiche e l’origine del nome, tanto che si rischia di cadere nel leggendario.

Sull’etimologia di Tito gli interpreti hanno offerto almeno quattro diverse ipotesi, come riferisce don Nicola Laurenzana, autore di numerosi libri sulla storia del paese. Esso potrebbe derivare da “Tutus” (sicuro, fortificato) che significherebbe “luogo fortificato, fortezza, luogo inespugnabile, etc.”. In considerazione delle guerre, delle rappresaglie e delle razzie a cui i centri abitati furono sottoposti, il nome starebbe a sottolineare l’abilità dei titesi nel difendersi dai pericoli e da chi minacciava la loro sicurezza. Tale ipotesi è avvalorata da una frase presente nello stemma del paese “Post nubila phoebus” (dopo le nuvole apparirà il sereno), segno di come i cittadini sperassero di affrontare con successo tutte le difficoltà. Ma “Tutus” potrebbe anche riferirsi alla posizione geografica del paese, il cui nucleo più antico si trovava in un luogo più alto, a nord-est del Monte Carmine. Da (ì la gente si spostò successivamente a valle per godere delle acque del fiume Noce.

tito_03Una seconda ipotesi fa risalire il nome Tito a “Titus”, ovvero soldato, riferendosi alla presenza nel paese di un antico accampamento di soldati romani, testimoniata dal ritrovamento di alcune punte d’armi in ferro. C’è poi chi fa derivare Tito da “Titulus”, cioè confine, limite, alludendo alla zona limite degli scontri alterni tra romani e cartaginesi o alla zona di confine tra il governatorato bizantino ed il Principato di Salerno o, anche, alla zona di confine tra i feudi maggiori, alle dipendenze dei sovrani normanni, e i feudi minori, dipendenti dai principi. Il nome, infine, potrebbe anche provenire da “Titulus” con significato di tomba, monumento, alludendo, in questo caso, al luogo dove gli scontri tra romani e cartaginesi diedero luogo a diversi morti, che rimasero abbandonati in quel luogo. Al di là dell’etimologia, l’unico dato certo che si ha sul paese è che, a seguito della distruzione di Satriano (per mano della regina Giovanna III nel 1430, la popolazione aumentò notevolmente, raggiungendo i 4000 abitanti intorno al 1800.

TitoAltri eventi degni di nota, per una ricostruzione storica del centro, sono i terremoti del 1649 e del 1694, che rasero quasi completamente al suolo il paese e le sue chiese. D’altronde questo periodo storico fu davvero fosco per Tito, come per molti altri centri lucani, a causa dello spadroneggiare di nobili e feudatari e a causa della piaga del banditismo. Un simbolo forte del periodo feudale a Tito è di certo il “Castello” (dei quale oggi resta semplicemente una via), appartenuto in origine ai Principi Ludovisi, poi acquistato dai Principi di Stigliano, in seguito dal Marchese di Satriano, il Barone Laviano, e infine nel 1727 venduto alla famiglia del sig. Luigi Spera di Tito. Il clero ebbe particolare rilevanza nella vita del paese, la cui popolazione a cavallo tra il 1700 e il 180o era costituita prevalentemente da “nobili” (famiglie gentilizie), “galantuomini”, “mastri”, “massari” di campo e “mendichi”. Proveniente in genere dalla borghesia, il clero viveva per lo più dei lasciti che i proprietari tesseri locali facevano alla Chiesa per devozione. La Chiesa diventò dunque “ricettizia”, in quanto “riceveva”le donazioni dei benefattori e amministrava questo patrimonio attraverso il clero locale. Anche Tito, come molti altri paesi della Basilicata, fu coinvolto dagli eventi della rivoluzione repubblicana. Invitato da una lettera del cardinale Ruffo a collaborare con i Borboni, contro i rivoluzionari, Don Antonio Vallano di Satriano, assieme ai suoi concittadini tentò dì convincere i titesi a sostenere la causa Borbonica, ma fu ucciso dal. patriota titese Vito Greco.

tito_02In seguito, il paese di Tito subì l’attacco di 4000 sanfedisti che i rivoluzionari tintesi, dopo alterne vicende riuscirono a mettere in fuga, grazie all’aiuto di un gruppo di repubblicani, guidati dai fratelli Vaccaro di Avigliano. Nonostante ciò, la rivoluzione repubblicana venne soffocata e stroncata, provocando la morte di numerosi repubblicani titesi. Notizie sulla loro morte si trovano nel Registro dei morti del 1799, presso l’Archivio parrocchiale di Tito.

Dopo l’Unità d’Italia, anche Tito fu toccato dal fenomeno del brigantaggio Scrive, infatti, Laurenzana Corne alto”, la presenza dei briganti nel nostro territorio fu favorita dalla natura montuosa e dalla presenza dei folti boschi. Avevano agganci (e non sempre segreti) con cittadini che spesso li accoglievano, li nutrivano, offrivano informazioni su persone, famiglie e situazioni e con lauti compensi si affidavano alle loro iniziative per consumare vendette familiari o addirittura liberarsi da elementi scomodi, invisi o prepotenti.

Le terme

termeNel territorio di Tito fin dall’antichità sgorgano sorgenti d’acqua minerale, definite già nell’800 come acque sulfuree e ferruginose, impiegate per la cura di diverse malattie. La peculiarità di queste acque è quella di lasciare un residuo di colore bianco, impresso sulle pietre, che ha dato il nome di “Acqua Bianca” alla località, situata a poca distanza dall’abitato. Questo luogo era molto frequentato in passato dagli abitanti del paese che utilizzavano (e acque per bagnarsi o semplicemente per dissetarsi. A fine 80o ci fu un tentativo, da parte della famiglia Coiro – Lecaldani, di creare una sorta di “complesso” termale aperto al pubblico, costituito con molta probabilità da due grosse vasche all’aperto e una casetta. L’esperienza non durò però per più di vent’anni. Più di recente, il titese Gerardo Luongo ha tentato di ridar gloria alle vecchie terme, trasportando nel suo fondo privato una parte dell’acqua sulfurea che sgorga nel territorio di “Acqua Bianca”, e offrendo agli utenti oltre alle proprietà terapeutiche delle acque, ottima accoglienza, buona cucina, buon vino e aria salubre. Oggi nella zona in cui si trovano le curative acque ferrose, sulfuree e naturali gli eredi dei vecchio proprietario hanno realizzato una ridente e accogliente struttura ricettiva, il “Mephitis”, dal nome della dea che veniva venerata sotto la torre di Satriano. II locale abbina alla genuinità dei prodotti offerti un contesto naturale di indubbio fascino.

 La Torre

torre satriano 2La collina di Satriano-Percorrendo la Statale 95, che da Tito porta a Brienza, e oltrepassato, al Km 23,3 il varco di Pietrafesa, a mt 855, si scende tortuosamente nel bacino del Melandro che qui offre scorci suggestivi. Rasentando le pendici della Serra di S. Vito, in alto a sinistra si scorge la torre di Satriano che, da un’altezza di 956 metri, visibile per vari chilometri da più punti, domina tutto il territorio.

Il sito, raggiungibile in macchina fino ad un certo punto, e poi a piedi, presenta i resti della torre quadrata edificata dai Normanni nel XII secolo, ruderi di mura e di un’ antica basilica dedicata a S. Stefano protomartire. E’ ciò che resta dell’antica Satrianum, roccaforte longobarda sorta su un sito dalla complessa storiografia, successivamente contea normanna e sede vescovile, rasa al suolo definitivamente nel 1420 circa ad opera di Giovanna II.

torre satrianoLa collina di Satriano è uno dei luoghi simbolo della storia della Lucania antica, poiché presenta un’articolata stratificazione archeologica che va dall’età del ferro al Medio Evo. Gli scavi hanno portato alla luce reperti che attestano l’esistenza di influenze elleniche, come ceramiche a tre colori e suppellettili verniciate in nero. Individuate, inoltre, una Acropoli e varie necropoli, nonché, lungo il pendio sud-occidentale della collina, in un’area ricca di acque sorgive, i resti di un’imponente fortificazione e di un santuario (databile tra il IV e il III sec. a.C.) dedicato ad una divinità maschile guerriera.

Il Santuario presenta un’architettura molto complessa: un muro a delimitazione dello spazio sacro, in cui si trovava il tempietto a pianta quadrangolare della divinità, una sala da banchetto, uno spazio per il culto, un portico. Molti dei reperti ritrovati nelle varie campagne di scavo si possono ammirare nel Museo Archeologico “Satriano le Origini”, a Satriano, in Via De Gregorio.
Della Satrianum dell’età del ferro sappiamo che fu una città fiorente, grazie alla sua posizione strategica.

Posta su una delle vette nord-sud più alte di questa parte del Meridione, si presenta come crocevia tra la costa tirrenica e il Golfo di Taranto: ad Ovest, infatti, il valico verso Brienza la collega al Vallo di Diano; la valle del Melandro favorisce le relazioni con la Campania e, infine, facili collegamenti con Potenza l’avvicinano alla valle del Basento e, quindi, alla costa ionica. Per questo motivo alcuni hanno avvicinato l’antica Satrianum all’altra, sola, comunità italiana dell’età del ferro la cui storia ci è stata dettagliatamente tramandata, Roma.

Entrambe, infatti, nascono come stazioni di vitale importanza su vie di comunicazione. Distrutta nel 330 a.C. da Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno, che sull’acropolis fece in seguito costruire una fortezza, Satrianum fu espugnata dai Romani nel 30 sec. a.C. Risulta essere sede vescovile già nell’878: qui si conservavano le reliquie di S. Laverio, ucciso durante le persecuzioni di Diocleziano.

La sua definitiva rovina avviene nel 1420, quando è rasa al suolo per volere di Giovanna II, e mai più ricostruita. I suoi abitanti si dispersero nei paesi vicini di Pietrafixa (oggi Satriano) e Tito, e del suo glorioso passato non rimasero che il nome, i resti che ancor oggi possiamo visitare e i racconti a metà tra la realtà e la fantasia circa la sua distruzione.

Convento francescano con annessa Chiesa di Sant’Antonio di Padova

tito sant'antonioVenne costruito nel 1514, e venne dedicato a Sant’Antonio da Padova e a San Francesco di Assisi. Al suo interno si possono osservare gli artistici e pregevoli altari barocchi del 1700 dedicati a San Francesco di Assisi e a Sant’Antonio da Padova. La chiesa è in stile barocco e ha due navate quella centrale e quella di sinistra. Le tele che si trovano nella chiesa sono sei e sono quello di San Michele arcangelo, della SS. Trinità, dei Martiri di Tito, dell’Immacolata Concezione, di Santa Chiara di Assisi e di Santa Marta monaca e della Madonna dei Martiri. Le statue che si trovano nella chiesa sono quelle lignee del 1769 di Sant’Antonio di Padova, San Francesco di Assisi e di Santa Rosa da Viterbo.

tito sant'antonio 2La statua di Santa Lucia è in legno del 1800 mentre quella di San Rocco è in cartapesta del 900. Si conservano tre statue lignee del 1500 raffiguranti la Madonna del divino amore, la Madonna di Loreto e la Madonna del Carmine. Si conservano anche le statue del Gesù risorto, di Gesù bambino, del Cristo flagellato, e di un sacro cuore di Gesù. Il chiostro del convento francescano è affrescato con le vite di Sant’Antonio di Padova, di San Francesco di Assisi e lodi francescane opera del celebre Giovanni De Gregorio detto il pietrafesa del 1639. Il campanile del Convento ha tre campane con le immagini di S.Filomena,S.Antonio e S.Vito.