Brienza

“E’ bbrùtte’ a vecchiaia, ma behàte che ‘a vère” (E’ brutta la vecchiaia, ma beato chi la vede)

 

BrienzaSorge a 713 m s.l.m. nella parte centro-occidentale della provincia al confine con la parte centro-orientale della provincia di Salerno.

Confina con i comuni di: Sasso di Castalda (6 km), Satriano di Lucania (9 km), Atena Lucana (SA) (12 km), Marsico Nuovo (15 km),Sant’Angelo Le Fratte (16 km), Sala Consilina (SA) (18 km) e Polla (SA) (26 km). Dista 32 km da Potenza e 129 km dall’altra provincia lucana Matera.

 

La storia

L’origine del nome Brienza deriva dal toponimo latino Burgentia, la cui radice “burg” significherebbe luogo fortificato.

L’origine del paese risale ai Longobardi, che scelsero questo luogo per l’edificazione della roccaforte per il controllo della vallata sottostante. La roccaforte, circondata da una cinta muraria ancora oggi visibile, fu governata da diverse famiglie feudali fino ai Caracciolo, che la tennero sino agli inizi del nostro secolo. Il vecchio centro abitato era adagiato su due collinette, l’una verso tramontana dove, al centro di una serie di viuzze concentriche, svettava il castello con la chiesa sottostante, e l’altra a valle con il borgo medievale sorto tra il IX e il X secolo. Si avevano così due insediamenti in due nuclei abitativi, uno intorno alla chiesa di San Martino e l’altro intorno al monastero benedettino di S. Giacomo. La divisione della città in quartieri, ognuno con la propria chiesa e con un proprio mercato, facevano di Brienza una città autenticamente medioevale, infatti è tra i pochi paesi della Basilicata che ha conservato la sua struttura architettonica di borgo medioevale.

Castello Caracciolo

Brienza castelloAssegnata da Federico II a Gentile de Petruro e, successivamente, dagli Angioini ai De Poncellis, dal XV sec. Brienza legò strettamente la sua storia alla famiglia dei Caracciolo che si insediarono stabilmente nel castello, ampliandolo. L’ultimo vero feudatario fu, nel 1700, Litterio Caracciolo che si adoperò molto per il paese: arricchì la rocca di numerose opere d’arte, e rifondò, nel 1788, il “Monte del S.S. Rosario di Brienza”, istituzione benefica che aveva lo scopo di assistere i poveri del luogo, cui forniva medicamenti gratuiti, assicurando quattro maritaggi all’anno. Istituì altresì la Scuola Normale per l’insegnamento ai bambini di ogni ceto sociale.

La rocca era, forse, un’antica fortezza angìoina di cui rimane traccia nel mastio cilindrico, che emerge dalla massiccia mole, e nella semitorre circolare, situata al centro della cinta muraria per interrompere l’uniformità della cortina e assicurare una più efficace difesa: nel Medioevo si presentava protetto, secondo il metodo delle fortificazioni longobarde, con le case addossate le une alle altre, che costituivano una valida difesa da eventuali attacchi nemici. Una scalinata in pietra, a cielo aperto, conduce ad un terrazzo a terrapieno posto davanti all’ingresso principale. Un’antica tradizione attribuisce al castello 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno.

brienza_02I Caracciolo, con alterne vicende, rimasero proprietari dei feudo e del castello fino al 1857, anno in cui l’ultima esponente della famiglia, Maria Giulia, lo lasciò in eredità al nipote Luigi Barracco.

Iniziò da questo momento la lenta decadenza del maniero; infatti, alla morte del Barracco, il feudo passò a vari feudatari e amministratori che si disfecero, con una serie di vendite, dei beni rustici lasciando in completo abbandono il castello (fortemente danneggiato dal sisma del 1857). L’ultimo proprietario, il De Luca, lo donò, infine, a Francesco Mastroberti, il quale cominciò a vendere quanto di vendibile rimaneva nell’antica costruzione per mantenere i suoi 18 figli in un paese che non aveva ormai più niente altro da offrire.

Il maniero, che all’inizio dei 1900 era stato dichiarato di interesse storico, subì, in seguito al terremoto del 1980, il crollo della parete est e della parete sud. Attualmente in fase di radicale restauro, sono stati potati alla luce e recuperati le originarie pavimentazioni di numerosi ambienti e ritrovate varie statue, in pietra dura locale, poste in Municipio, in attesa di restauro; durante l’Estate, Il borgo antico e il Castello sono lo scenario e i soggetti principali di numerose manifestazioni e rievocazioni, tra le più importanti della regione, che continuano ad attrarre migliaia di visitatori.

La leggenda di Bianca da Brienza

Verso la metà del Trecento viveva, in lusso sfarzoso, nel castello di Brienza una bellissima donna di nome Bianca. Ella era solita dare delle feste alle quali si presentava vestita solo dei suoi gioielli, verso i quali aveva un attaccamento morboso.

Si narra che il “suo tesoro” fosse custodito in una stanza segreta la cui ubicazione era conosciuta solo da Bianca e dalla sua fedele ancella. Durante un viaggio verso Amantea, Bianca e il suo seguito furono catturati dai pirati e condotti ad Algeri per essere venduti come schiavi. Un pascià, vista la bellissima Bianca, se ne invaghì e la condusse con sé nel suo palazzo come favorita. Da quel momento non si è saputo più nulla né della bella Bianca, né del suo fantastico tesoro, rimasto rinchiuso nella segreta e mai più ritrovato.

Nel 1644 il castello fu “teatro” di un’altra intricata vicenda. Proprietario del castello era il marchese Rodolfo, costretto per necessità finanziarie a cedere il castello e il podere circostante al barone Tiburzio, che gliene lasciava provvisoriamente l’uso. Rodolfo, innamorato di Clorinda, sua pupilla e ospite (a sua volta innamorata del fattore Eugenio) dopo aver appreso dal suo confidente Enrico di un incontro amoroso tra Clorinda ed Eugenio, adirato, scacciò Eugenio. Costui rivelò di essere in realtà il barone di Laurente, incaricato dal fratello di Clorinda, in cambio della sua mano, di scoprire come Rodolfo la trattasse, avendo avuto sentore del fatto che il marchese aveva dissipato tutte le sostanze della sorella ed era pieno di debiti.

Enrico consigliò il marchese di sopprimere il finto Eugenio, ma, nel duello che ne seguì e che si svolse tra il confidente ed Eugenio, fu Enrico ad avere la peggio. Ciorinda ed Eugenio si sposarono e perdonarono al marchese tutte le sue malefatte.

Queste storie, leggendaria la prima, tratta da dramma lirico “Rodolfo da Brienza” (dramma in tre atti, ambientato nel castello di Brienza e privo di fondamento storico; su libretto di Domenico Bolognese e musica di Achille Pistilli, fu rappresentato per la prima volta nel Real Teatro del fondo di Napoli nel 1846) la seconda, ci introducono nel castello di Brienza, oggi ridotto a rudere ma un tempo palpitante di vita e di più o meno grandi drammi esistenziali.