Balvano

“L’acqua re ggiugno fruscia u munne” (L’ acqua di giugno distrugge tutto)

 

BalvanoBalvano sorge a 425 m s.l.m. nella parte nord-occidentale della provincia al confine con la parte nord-orientale della provincia di Salerno. Confina con i comuni di: Ricigliano (SA) (9 km), Vietri di Potenza (11 km), Romagnano al Monte (SA) (12 km), Baragiano (15 km), Picerno (18 km), Bella (20 km) e Muro Lucano (25 km). Dista 34 km da Potenza e 132 km dall’altra provincia lucana Matera.

Attualmente il paese conta circa 1960 residenti, di cui molti domiciliati nella zona rurale che circonda il paese. Numerosissimi sono invece i balvanesi che negli anni, principalmente per mancanza di occupazione, sono emigrati nel nord dell’Italia o all’estero (soprattutto in Germania). La maggior parte della popolazione attiva è occupata nel campo agricolo e pastorizio o è impiegata come operaio in fabbriche.

La storia

balvano foto storiche5Per quanto riguarda l’etimologia del nome “Balvano” sono due le ipotesi più accreditate. Secondo la prima ipotesi il nome “Balvano” pare derivi da un “Fundus Balbiani” o “Praedium Balbanum”, cioè il fondo rustico appartenente alla famiglia Balbia da cui, con l’aggiunta del prediale -anus, sarebbe derivato “Balbanus”, che successivamente è diventato “Balvano”. Secondo altri invece, il nome Balvano deriverebbe proprio dalla sua posizione topografica: il suo etimo infatti sarebbe la parola latina “Balua”, cioè “baluardo”, “fortezza”, tant’è che lo stemma del paese è proprio una torre tra le rocce.

Balvano non è di moderna fondazione, anzi esistono elementi atti a provare l’esistenza di un monumento funerario di aspetto circolare che è da riferire ai primi decenni del primo secolo d.C. Quindi già a quell’epoca, nei suddetti territori, si era insediata una piccola comunità. Questa tesi è inoltre confermata dalla scoperta di un’ulteriore lapide che attesta la presenza, in quel di Balvano, di una certa Giulia Celerina (vissuta intorno al I sec. d.C.) sacerdotessa imperiale dedita al culto degli imperatori divinizzati.

Storicamente, tuttavia, il nucleo originario del paese, che si snoda intorno all’antico castello, è databile all’epoca longobarda. Balvano fu eletto a contea sotto i Normanni e nel XII sec. fece parte del Principato di Salerno.
In questo secolo fu governato dalla nota e potente famiglia normanna dei Balbia (o Balbano). Sotto gli angioini questa terra fu posseduta da Metteo de Chevreuse, Giorgio di Alemania e Fortebraccio di Romagna. Fu suffeudo del conte di Buccino e poi di Caracciolo di Sicignano. In seguito il feudo fu venduto da Bernabò Caracciolo a Domenico Jovine, che fu ucciso nel 1647 dalla popolazione insorta contro di lui. Il castello è tuttavia appartenuto alla famiglia Jovine fino al ‘900.

balvano foto storiche8Proseguendo nel tempo si trova un altro episodio molto interessante che riguarda la storia di Balvano: l’arrivo, nel 1861, di Josè Borges e dei briganti. Dalle cronache dell’epoca si legge che Josè e la banda di briganti entrarono a Balvano la sera del 23 novembre 1861 ricevendo le migliori accoglienze da parte di tutta la popolazione che in coro urlava “Viva Francesco II e morte a Vittorio Emanuele!!” e sostituiva al tricolore la bandiera borbonica. La banda era composta di circa 700 uomini armati e di 100 uomini disarmati che portavano viveri per la truppa e il bottino fatto nelle scorrerie. La banda era capeggiatta da Crocco Donatello (il più famoso brigante lucano) e da un certo De Langlois (che aveva militato presso le truppe del papa). Costoro, non appena in possesso del paese, inviarono due lettere al castello, dove si erano rinchiusi alcuni notabili del paese e il vescovo Laspro. Questi spettabili signori si nascosero solo per provare la loro innocenza alle autorità se le cose fossero andate male, ma in realtà essi erano d’accordo con i briganti. Nelle due lettere (una per il vescovo e una per il capitano della guardia nazionale) si chiedeva la consegna di tutte le armi esistenti nel castello e le chiavi delle abitazioni signorili, minacciando di far fucilare, in caso contrario, tutti coloro che erano rinchiusi nella fortezza. Intimoriti dalle minacce (o forse assecondando la commedia che si stava giocando per salvare le apparenze) il capitano e addirittura il sindaco Raffaele Boezio eseguirono senza la più piccola resistenza gli ordini avuti. Il 24 novembre 1861 la banda lasciò Balvano, senza aver commesso gravi eccessi o misfatti, sempre festeggiata ed acclamata dalla popolazione che l’accompagnò per un buon tratto di strada.

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 1944, in una galleria poco dopo la stazione di Balvano si consumò la più grave sciagura ferroviaria europea, quella del treno 8017 nota come “disastro di Balvano”.

Il terremoto del 1980

Alle ore 19:35 di domenica 23 novembre 1980 ebbe luogo una violentissima scossa del 9° grado della scala Mercalli, durata oltre un minuto, che interessò tutta l’Irpinia e parte della Basilicata. Balvano fu uno dei centri più colpiti, sia per numero di vittime che per i gravissimi danni subiti dal tessuto urbano. Tra le macerie della chiesa di S. Maria Assunta morirono settantasette persone, di cui sessantasei adolescenti.

Ancora oggi, a distanza di vent’anni, non ci sono parole adatte a descrivere il dolore e la tragedia che si sono riversate sul popolo balvanese. Ogni famiglia del paese è stata colpita dalla catastrofe, non tanto perché il terremoto ha distrutto, o comunque danneggiato, tutte le abitazioni ma soprattutto perché ha ingoiato moltissime vite umane: quelle di una sorella o di un fratello, di un marito o di una moglie, quelle di una nonna o di una fidanzata prossima all’altare, e in particolare quelle dei bambini.

balvano_06La maggior parte delle vittime è morta nella chiesa di S. Maria Assunta, dove il crollo di tutta la parte anteriore della chiesa e del portale di ingresso (dovuto ad uno sciagurato restauro) ha bloccato la corsa verso la vita delle persone che si affrettavano ad uscire per strada. Questo sisma è, purtroppo, diventato un po’ il simbolo di Balvano, un grande spartiacque della storia del paese.

Quando si racconta di qualcosa, che riguarda Balvano o un balvanese, si tende ormai sempre a chiarire “prima del terremoto” o “dopo il terremoto”, quasi a sottolineare il fatto che la catastrofe ha costituito una sorta di anno 0 (e in parte così è stato). Questo tragico evento ha segnato drammaticamente, in profondo, la vita di ogni balvanese, anche di chi allora neanche era nato.

La tradizione

balvano_04A Balvano, dove a volte il tempo sembra essersi fermato, si possono gustare gli squisiti piatti e prodotti tipici della tradizione lucana, che ancora continuano ad essere confezionati secondo le antiche tecniche di preparazione, le quali si tramandano da secoli dalle vecchie generazioni alle nuove.

Balvano offre un ritmo di vita tranquillo e rilassato, lontano dallo smog cittadino e dallo stress metropolitano; d’estate poi si anima con numerose iniziative che creano momenti di incontro collettivo.

All’interno del piccolo centro si organizzano infatti due sagre, la sagra del “cavatiedd” (un tipo di pasta fresca fatta in casa), organizzata dall’Avis Sezione di Balvano e la sagra dei dolci organizzata dall’associazione culturale “Cristiano Proliano”. Si organizzano, altresì, serate di cinema all’aperto, gare di organetto e tarantelle e conferenze su argomenti di vario e diffuso interesse.

Il castello

balvano_02Il castello sorge sullo sperone di una roccia che emerge di circa 20 m a NE e di altri 60 m a SO rispetto al suolo circostante. La geomorfologia, la posizione dominante, la rada vegetazione, identificano due componenti essenziali del sito, quella relativa alla natura impervia dei luoghi, e l’altra connessa agli interventi dell’uomo, leggibile nel rapporto tra l’edificio (che si staglia imponente a guardia della gola di Romagnano) ed il paese che, concentrato in gran parte sotto la rupe, occupa il falsopiano circostante. Il nucleo originario, costruito in epoca normanna (X secolo) non è più ormai identificabile per i successivi ampliamenti (il primo dei quali nel 1278) e per i moti tellurici.

Sono visibili gli accenni di due torri-vedetta originarie del primitivo impianto, il quale dovette essere comunque molto ristretto rispetto all’edizione integra che dell’intera fabbrica ci è pervenuta dal 1806. La presenza delle due torri, a quote diverse, si rivela rispettivamente nella parte alta, laddove la muratura che contiene il portale d’ingresso appare ripresa sul contorno con sfalsamento di piano, e, nella parte bassa, nel raddoppio di muratura laterale all’androne di accesso e nel basamento scarpato. Originariamente il castello era racchiuso da una cinta muraria con una torre cilindrica all’angolo SO e si componeva di due corpi distinti, di cui uno a quota più bassa dove si apriva il portone di ingresso.

Da qui partiva un lungo androne che si immetteva su una rampa gradonata, la quale si collegava con il secondo corpo: l’edificio vero e proprio. Ingenti sono stati i danni causati dal sisma del 1980. Il corpo di fabbrica basso, caratterizzato da muratura in pietrame, orizzontamenti a volta e coperture a tetto, ha subito crolli nel prospetto, nelle volte e parzialmente nel tetto; l’edificio più alto, pure con mura in pietra con orizzontamenti piani di legno e coperture a tetto, ha subito notevoli danni, con crolli parziali nel prospetto, totali per gli orizzontamenti e la copertura, e quasi per intero per gli altri prospetti. Ha ceduto pure la rampa gradonata con l’annesso viadotto archivoltato, ed infine la torre cilindrica a SO della cinta muraria.

Palazzo Laspro

balvano palazzoLaspro1Il palazzo Laspro è un palazzo risalente al 1750. Nacque come residenza nobiliare e venne arricchito negli anni da vari elementi architettonici, in seguito in parte andati perduti. Ospitò il re Vittorio Emanuele II, la regina Margherita, Francesco Saverio Nitti e Giorgio Almirante. Subì notevoli danni in seguito al terremoto dell’Irpinia e della Basilicata del 23 novembre 1980, con il crollo della copertura e di parte del primo piano. Fu in seguito oggetto di restauro conservativo che ha restituito il suo carattere originario, conservando per gran parte l’impianto originario. Appartiene alla famiglia Laspro, famiglia aristocratica sulla quale si hanno notizie dall’anno 1100, della quale fece parte il vescovo di Gallipoli e poi di Lecce e arcivescovo di Salerno, Valerio Laspro (1827-1914), noto per le posizioni antiunitarie.

Palazzo Laspro fu vincolato nel 1981 con decreto del Ministero dei beni culturali e ambientali . Il palazzo si sviluppa su tre piani per una superficie di circa 1000 mq e, posto nel centro storico del piccolo borgo, si affaccia su un appezzamento con alberi secolari. Con palazzo Laspro, “Casino Laspro” – masseria fortificata risalente ai primi dell’800, anch’essa appartenente alla famiglia Laspro e vincolata con decreto del Ministro dei beni culturali e ambientali del 19 novembre 1988 – fu rifugio per molti ebrei perseguitati nel corso della seconda guerra mondiale. A ricordo di tanto fu consacrata una piccola statua raffigurante una Madonna in carta pesta, realizzata dai mastri pestai di Lecce, ancora oggi celebrata dalla comunità locale.